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UNA SCATOLA DI FARMACI NEL NOSTRO CORPO!?!

LE NANOPARTICELLE CHE CI CURANO

Quante volte ci è successo di dimenticare di assumere un farmaco?Quante volte abbiamo lasciato la confezione dell’antibiotico a casa?
Quante volte abbiamo telefonato alla Nonna o al vecchio Zio per ricordare di prendere le gocce per la pressione?

imagesOvviamente non solo per questi motivi legati alla quotidianità gli scienziati stanno lavorando da anni a qualcosa che assomiglia ad una scatola microscopica di compresse inserita nel corpo umano e che possa essere aperta o chiusa tramite comando wireless per potere assumere la dose di farmaci imposta dal medico curante.

Purtroppo questa idea deve ancora essere concretizzata.

In effetti queste “nanoscatole” già esistono, e riescono a diffondere il medicamento lentamente e nel punto più vicino possibile al bersaglio da curare. Il problema che i ricercatori non riescono a risolvere e che , come spiega lo specialista Jean Marie Devoisselle (Direttore dell’Istituto Charles Gerhardt, Professore Universitario e specialista di nanotecnologie applicate alla salute): ”Questi recipienti in miniatura possono innescarsi (aprirsi) ed erogare il farmaco solo prima di essere iniettati nel corpo del paziente. Stiamo lavorando alacremente perché essi possano essere azionati dall’esterno del corpo”

Alla domanda : “Come fa un medicinale ad essere contenuto in una scatola così microscopica?”
Jean Marie Devoisselle ha risposto: “Le molecole del medicamento possono essere assorbite dalla superficie delle nanoparticelle che trasporteranno il farmaco. Nel nostro Istituto, differenti team utilizzano del silicio o del silicio poroso. Dopo l’introduzione nei corpi delle microparticelle (iniezione nel sistema sanguigno o tramite impianto), le molecole incapsulate vengono liberate ad una determinata velocità. Tutta l’arte consiste nel controllare questa diffusione. Per adesso siamo riusciti a ritardare il rilascio del farmaco solo facendo assorbire le sue molecole dai pori del silicio poroso”
Alla domanda se i pori del silicio possono essere chiusi e poi essere riaperti, Jean Marie Devoisselle ha risposto: “In realtà questi pori possono essere otturati con un’altra molecola che fa da “tappo”. Ma questa chiusura viene detta “sacrificale”: una volta il poro aperto, non potrà più essere richiuso. Cerchiamo di immaginare delle nanoparticelle con delle “porte” che si aprono e poi si chiudono in modo tale da potere dosare nel tempo il rilascio del prodotto attivo”.

Le nanoparticelle, i nuovi assistenti della medicina

Le nanoparticelle hanno già molteplici applicazioni in medicina.
Ad esempio le tecniche di ‘medical imaging’ sfruttano le nanoparticelle come agenti di contrasto.

Esistono nanoparticelle realizzate in un materiale ben determinato secondo la loro destinazione d’uso.
Ad esempio le nanoparticelle in ossido di ferro sono sfruttate per le loro proprietà magnetiche e vengono usate per gli esami IRM.

Le ricerche proseguono, in particolare, sulle matrici di silicio, ovverosia l’ossido di silicio (SiO2), che è ben tollerato dal corpo umano.
Le nanoparticelle che presentano dei pori possono trasportare al loro interno (come scatolette chiuse) delle molecole attive di farmaco nella circolazione sanguigna evitando al medicamento di degradarsi durante il viaggio.silicio disegno
Questa tecnica è definita la vettorizzazione del farmaco.

Lo stadio seguente è il rilascio controllato, che è ancora allo stato sperimentale: il prodotto attivo è rilasciato in certe condizioni, sotto l’effetto del suo ambiente ( dunque in funzione della posizione del corpo o della cellula in cui si viene a trovare) o anche attraverso una determinata stimolazione esterna.
Queste nanotecnologie sono ancora agli albori e non si è ancora determinata la loro modalità d’uso.

Jean Marie Devoisselle ha aggiunto: “Per quanto riguarda il problema di trovare la password del telecomando per innescare l’apertura delle “porte”, la nostra equipe sta valutando differenti tecniche, ad esempio una potrebbe essere usare l’acidità come sesamo: una volta che la nanoparticella “scatoletta” entra in una determinata cellula il buon valore del PH fa aprire la ‘porta’ e liberare il farmaco. Oppure si potrebbe ricorrere a stimoli esterni come la luce a infrarossi o il calore. Il medicinale potrebbe essere liberato nel posto e al momento opportuno da una sorta di telecomando. Ma tutto questo è ancora lontano”

Da parte nostra possiamo auspicare che la tecnologia del wearable possa aiutare a risolvere questi problemi magari con un “nanosensore” inserito nella “scatola” che riesca ad aprirla a comando tramite tecnologia wireless.

ROSARIA MACAIONE

ROSARIA MACAIONE

Esperta in Elettronica ed Elettrotecnica.
Responsable Wearable Electronics & Computing
ROSARIA MACAIONE

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